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Riflessione 05 04 2020 Domenica delle Palme

Emergenza Corona Virus > Aprile 2020

Riflessione del 05 04 2020 DOMENICA DELLE PALME 2020

Vangelo (Mt 21,1-11)
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”

La domenica delle Palme ci introduce alla “Grande e Santa Settimana”, così la chiama sant’Agostino. Quest’anno la vivremo in modo inconsueto, apparentemente distaccato, ma possiamo fare della nostra famiglia la “Chiesa domestica” (LG 11) dove celebrare i misteri della salvezza che trovano il suo apice in questi giorni. Nel meditare e pregare congiuntamente, rimaniamo in comunione perché siamo riuniti nel Suo nome (cfr. Mt 18,15s). Possiamo ritrovarci insieme seguendo le dirette presiedute dal Sommo Pontefice e trasmesse sui canali televisivi.

La caratteristica della Celebrazione di oggi è la sua apertura con la benedizione degli ulivi che quest’anno verrà omessa.
Nel Ciclo A dell’anno liturgico, il racconto dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme è affidato al Vangelo di Matteo (21,1-11). Per giungere in pellegrinaggio alla città santa, dopo la sosta a Gerico appaiono le due ultime tappe: Betfage e Betania. Qui, Gesù, svolge un’azione dal profondo significato simbolico: “troverete un’asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli a me … ed egli vi si pose a sedere … mentre la folla stese i suoi mantelli sulla strada, altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via” (cf vv. 2.7.8). Gesù compie un gesto affine alle azioni profetiche che erano una sorta di “commenti in azione” del messaggio che il profeta dava in nome di Dio al popolo.

Fermiamoci un attimo ad analizzare questa scena. Non è solo un’entrata trionfale, ma porta con se anche il sapore di un “giudizio” contro la città incredula e in particolare contro il Tempio, simbolo di una religione intransigente, priva di vera pietà e di giustizia, che offre facili alibi per la coscienza più che essere sprone per una sincera conversione.

Già il luogo di partenza è carico di significato. Siamo sul monte degli ulivi. Per chi ha fatto il pellegrinaggio in Terrasanta, oppure ha visto qualche cartina geografica, sa bene che il monte degli ulivi si trova di fronte al Tempio separato dalla Valle del Cedron; potremmo dire che, già per la sua posizione, è in chiara contrapposizione alla città di Gerusalemme, sono uno di fronte all’altro, questo sembra indicare gli eventi che avverranno sul monte degli ulivi, diventano un messaggio per l’intera città.

A Gerusalemme è data l'ultima possibilità perché possa riconoscere la regalità messianica di Colui che sta venendo. La regalità del Cristo è diversa da quella di tutti gli altri dominatori che sono entrati in questa città santa. Non a caso, anche il puledro che Gesù cavalca non è mai stato montato da nessuno perché nessuno è giunto ad essa come re “mite e liberatore”.

Ma domandiamoci: perché per l’evangelista è tanto importante che Gesù entra in Gerusalemme a dorso di un “puledro d’asina”? Apparentemente può sembrare un fatto abbastanza banale. Matteo per aiutarci a capire riporta una profezia ben nota dell’Antico Testamento, quella di Zc 9,9: “dite alla figlia di Sion: ecco il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina”. Il puledro d’asina era cavalcatura dei re. Nella sua chiara simbologia, Gesù sta affermando di essere veramente re che realizza la beatitudine del Regno (“Beati i miti” 5,5) e vuole chiarire che il suo potere è ottenuto attraverso la “mitezza”, il “servizio” e il “dono di sé”. Ecco perché la scelta di un asino. Il cavallo rappresenta l’animale per la guerra, è espressione del potere-violenza non di un potere di giustizia e di pace.

È inoltre paradossale che colui che entra come re non abbia neppure un asino, ma lo debba chiedere in prestito. Ancora una volta è simbolizzato lo stile e la natura del potere di Gesù: è il potere di uno che si fa povero per noi perché noi abbiamo a diventare ricchi per lui.

Proprio in base alla citazione di Zc 9,9 si comprende il gesto di Gesù. L’asino non è solo uno strumento per proclamare la “kenosi”, “l’abbassamento” e “la qualità pacifica” del re di Gerusalemme per il quale secondo la Legge era proibita la cavalleria (Dt 17,16), ma è anche la cavalcatura per eccellenza del Messia. In questo senso già i rabbini collegavano Zc 9,9 con Gen 49,11: “Egli lega alla vite il suo asinello”. Gesù è davvero il Veniente nel Nome del Signore, è il liberatore, che viene a salvare il suo popolo ma lo stile della salvezza che egli porta è veramente unico e paradossale.

Dobbiamo inoltre rilevare la prontezza dei discepoli ad obbedire alla sua Parola: “Andate nel villaggio …” (v. 2), ma anche della gente che lo accoglie festosamente con grida di gioia e di invocazione, con fronde tagliate dalle piante, con mantelli distesi per terra, a formare una passerella per l’ingresso trionfale; con questi gesti mostra di volere accogliere degnamente Gesù nella sua città.

Bisogna anche dire che purtroppo su un aspetto rimarrà cieca: non comprende che questo regno viene nella debolezza della morte, nello scandalo della croce. In fondo essa non comprende il senso ultimo di quel Signore che cavalca non un cavallo, ma un asinello. È la vita nuova che Gesù vuole trasmettere, infatti non entra in città ma continua la sua cavalcata fino al Tempio, qui comunicherà con le parole e i gesti la sentenza del suo giudizio sul Tempio “scacciando tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciando i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe” (21,12ss). Il racconto prolunga nel giudizio di condanna con il “fico sterile” (21,19ss), simbolo di quella religione che si incentra sulle pratiche rituali del Tempio, del quale ha appena dichiarato l’irreparabile rovina.

L’ingresso in Gerusalemme ricorda da vicino il Salmo pasquale, il “grande Hallel” Salmo 118, dove un re scampato alla morte per l’aiuto di Dio si presenta in festa al tempio del Signore. Qui tra l’altro si legge: “Dona, Signore, la salvezza (in ebraico è il grido Hosanna); dona Signore la vittoria! Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare”. Il “grande Hallel” è davvero uno dei Salmi più capaci di illuminare il mistero pasquale di Cristo, una preghiera profetica che si compie pienamente in Gesù.

All’ingresso di Gesù in Gerusalemme, c'è una agitazione in tutta la città. Letteralmente il testo dice: “e?se????t?? a?t?? e?? ?e??s???µa ?se?s?? p?sa ? p????” = “essendo entrato lui a Gerusalemme fu scossa tutta la città”; il verbo “eséisthe” indica un “sisma”. Il richiamo è certamente al turbamento che prese Erode e tutta Gerusalemme alla sua nascita (Mt 2,3). Anche alla sua morte si scuoterà la terra, e i sepolcri aperti restituiranno alla vita i loro morti (27,51).

Ci troviamo, dunque, di fronte a un netto contrasto: da una parte la folla che può essere un richiamo al cammino dei Magi, questi dopo una lunga ricerca hanno trovato il Messia, anche se la folla no ha ancora compreso pienamente la messianicità di Gesù; dall’altra parte, l’atteggiamento di chiara opposizione della città. In questo modo Matteo ci ricorda che la regalità di Gesù si può riconoscere solo nella “fede”, nel superamento della chiusura incredula che sembra essere quella di tanti Gerosolimitani che appaiono qui insospettiti e infastiditi di tanto chiasso.

Alla loro chiusura si contrappone la risposta dei piccoli, dei poveri che credono in Gesù e che riconoscono in quest’uomo che viene in umiltà e povertà l'inviato definitivo di Dio, il profeta escatologico atteso da Israele (Dt 18,15-18).

Oggi, alle 9.00 celebrerò la divina Eucaristia in comunione con tutti voi


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