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Riflessione 25 03 2020

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Riflessione 25 03 2020 Vangelo Annunciazione del Signore

Vangelo (Lc 1,26-38)
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.

L’evangelista Luca ha costruito un mirabile dittico che mette in parallelo Giovanni Battista e Gesù. Dopo l’annuncio della nascita di Giovanni, segue quello della nascita di Gesù. Il nostro brano (Lc 1,26-38) è chiaramente legato con il precedente, basti ricordare l’affermazione del “sesto mese” che lo relaziona alla maternità di Elisabetta, ma anche la maternità della cugina viene utilizzata dal messaggio angelico come segno (1,36). Le due madri, con i rispettivi figli nel grembo, saranno poi i soggetti del brano successivo della visitazione (Lc 1,39-45). L’odierna pagina evangelica appare quindi sapientemente inserita nel contesto, grazie alla tematica dell’annuncio di nascita, delle due madri e del frutto del loro concepimento

Dopo i primi due versetti, l’evangelista introduce la parte centrale del brano, costituita dal dialogo fra il messaggero celeste e la vergine. Inizia con il saluto di Gabriele: “Rallegrati, o amata da Dio, il Signore è con te” (v. 28). Non si tratta dell’espressione cortese che le persone sono solite rivolgersi quando si incontrano. Non equivale a “Salve, ti saluto, o Maria” e non è neppure il saluto che abitualmente, anche oggi, gli israeliti si rivolgono, “Shalom”, è una frase solenne, scelta con cura. A qualunque israelita questo saluto richiama subito alla mente alcuni testi dell’Antico Testamento.

“Rallegrati”!
E un imperativo che ricorre raramente nella Bibbia ed è sempre rivolto a Gerusalemme o a Israele. Isaia invita Israele - la sposa del Signore - ad esultare: “Rallegrati, o sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori, perché più numerosi sono i figli dell’abbandonata che i figli della maritata, dice il Signore” (Is 54,1).
Ancora più significativi sono gli inviti alla gioia e al giubilo che Sofonia e Zaccaria rivolgono alla “vergine Sion” o “alla Figlia di Sion”. Sion era Gerusalemme, “figlia di Sion” era il quartiere più malridotto della città, sorto nella parte occidentale al tempo del re Ezechia (715-687 a.C.) per accogliere gli scampati alla distruzione di Samaria e alla deportazione assira. Era questa la “figlia di Sion”, la “vergine”, la baraccopoli dove si erano sistemati gli immigrati del regno del nord. A questo quartiere abitato da disperati, i profeti Sofonia e Zaccaria hanno annunciato un messaggio di consolazione: “Gioisci, o figlia di Sion, esulta, Israele, rallegrati con tutto il cuore, o figlia di Gerusalemme... Il Signore è in mezzo a te, non vedrai più la sventura... Esulta, giubila... Ecco a te viene il tuo re” (Sof 3,14-18; Zc 9,9-10; 2,14).

Riprendendo questi oracoli, l’angelo del Signore mostra di rivolgere il suo saluto non solo a Maria come persona, ma a Israele, anzi, all’umanità intera, invitandola a gioire, a non angosciarsi per la propria miseria, la propria indegnità, l’incapacità di donare vita: il Signore sta per venire in lei e la renderà feconda.

“Piena di grazia”.
Il verbo greco impiegato dall’evangelista “charitóo” significa “amore benevolente e gratuito”. Coniugato al participio perfetto passivo, “kecharitoméne”, indica che il soggetto è Dio e che il suo amore nei confronti della sua creatura permane sempre ed è incondizionato. Per rendere meglio il significato del verbo si potrebbe tradurre: “Rallegrati, o amata da Dio”!

Se scorriamo la Bibbia, verifichiamo che, quando Dio si rivolge a qualcuno, in genere lo chiama per nome: Abramo, Abramo! (Gen 22,1); Mosè, Mosè! (Es 3,4); Samuele, Samuele! (1Sam 3,10)... Nel nostro racconto il nome di Maria è sostituito da: “Amata da Dio”.

Maria era il nome con cui era conosciuta a Nazareth. “Amata da Dio” è la sua vera identità. In questo nome è “contenuta la sua missione” nel mondo: attraverso di lei Dio manifesterà tutto il suo amore per l’uomo.

A questo punto ci chiediamo: è un privilegio riservato a Maria quello di essere chiamata “Piena di grazia - Amata da Dio”? A questa domanda troviamo risposta nell’inno che apre la lettera agli Efesini.

Dopo aver ricordato la chiamata di tutti gli uomini ad “essere santi e immacolati”, Paolo canta l’amore del Padre, amore gratuito che si è manifestato in Cristo e impiega lo stesso verbo “charitoo” che Luca ha usato per Maria: “A lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati (echarìtosen - ci ha colmati di amore gratuito) nel Figlio amato” (Ef 1,4.6). In tutta la Bibbia, questo verbo così espressivo ricorre solo in questi due testi: riferito una volta a Maria e l’altra all’intera umanità. Tutti sono destinatari, con Maria, dello stesso, immenso amore di Dio.

“Il Signore è con te”.
Quando Dio affida a qualcuno una missione, colui che è chiamato è colto da timore ed è tentato di sottrarsi. Mosè deve liberare il suo popolo, ma si sente inadeguato e si difende; il Signore lo rassicura: “Io sarò con te” (Es 3,12). Giosuè è incaricato di introdurre Israele nella terra pro¬messa e Dio lo incoraggia: “Come sono stato con Mosè, così sarò con te” (Es 1,5.9). Gedeone deve salvare il suo popolo dagli oppressori e l’angelo lo saluta: “Il Signore è con te” (6,12). Geremia è giovane ed è chiamato a fare il profeta in una situazione drammatica, si sente incapace e vuole rinunciare, ma il Signore lo rinfranca: “Io sarò con te” (Ger 15,20).

Il compito di Maria - e della “vergine Israele” che lei raffigura - è più straordinario di tutti quelli che sono stati affidati ai servi di Dio che l’hanno preceduta. Gabriele la rassicura con un’espressione a lei ben nota perché è stata rivolta ai grandi personaggi della storia del suo popolo: “Il Signore è con te”.

“A queste parole ella fu molto turbata”.
Quando vide l’angelo - nota l’evangelista - Zaccaria fu turbato (Lc 1,12) e, per esprimere questo turbamento ricorre al verbo “taràsso”, che richiama l’agitazione delle onde del mare. Per lo sconvolgimento interiore di Maria, il terzo evangelista, impiega “diatarásso”, che è un rafforzativo del verbo “taràsso” e che, nella Bibbia, è usato una sola volta, proprio per rendere il turbamento di Maria, molto più profondo di quello provato da Zaccaria.

È l’immagine con cui Luca mette in risalto la presa di coscienza, da parte dei due personaggi, della straordinaria missione cui erano chiamati. Si erano resi conto dell’immensa distanza fra le loro capacità e ciò che Dio stava per realizzare attraverso di loro.

L’”eccomi” di Maria, letteralmente “?d??” cioè “ecco” è un modo ebraico con cui una persona si dichiara pronta ad obbedire; il suo significato plasticamente è segnare con un dito una cosa presente, o vicina, e dire “guarda!”, serve allo scrittore per attirare l’attenzione del lettore. Con questo significato, è bello pensare l’“eccomi” di Maria come uno sguardo che risponde allo sguardo divino che ha scelto la sua umiltà (Lc 1,48). Maria diventa il paradigma di ogni fede, che è fondarsi sul fatto che niente è impossibile a Dio (come Abramo Gn 18,14), saper decifrare i segni e riconoscere l’autenticità dei messaggeri ed entrare al servizio del progetto di Dio. Esprimendo la sua completa disponibilità senza rivendicazioni, serva del Padre e, parafrasando Dante, “Figlia del suo Figlio” (Paradiso XXXIII,2).

La frase “avvenga (ghénoito) per me secondo la tua parola” non denota rassegnazione, ma libertà, passione ed entusiasmo nel collaborare con Dio.

La scena si chiude con l’angelo che si allontana; non lo rivedremo mai più ad avvisare, suggerire, o confortare Maria. Questo la libera da ogni mitizzazione; pur «totalmente ricolma di grazia», non è stata esonerata dalla fatica né dalle tribolazioni nel credere ma con fiducia si impegna per comprendere l’azione di Dio che l’ha coinvolta nel suo progetto salvifico.

Oggi, alle 11 celebrerò la divina Eucaristia in comunione con tutti voi


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